
Due anni fa avevo scritto un articolo per il mio blog partendo da una domanda molto semplice: perché nel mondo del food & beverage sembrava essere diventato tutto artigianale? Biscotti artigianali, torte artigianali, gelati artigianali, prodotti da forno artigianali. La parola “artigianale” compariva praticamente ovunque: sulle confezioni, sui menu, sulle lavagne dei locali, nelle insegne e naturalmente anche quando si presentava un prodotto a un cliente.Lo ammetto con molta sincerità: per molto tempo l’ho utilizzata spesso anche io nel mio disco vendita. Quando hai pochi minuti per presentare un prodotto, la parola “artigianale” sembra riuscire a racchiudere immediatamente tante caratteristiche positive: qualità, tradizione, genuinità, attenzione agli ingredienti, piccole produzioni e lavorazioni curate.Era diventata quasi una parola capace, da sola, di dare più valore al prodotto.Anche io ho cambiato il mio modo di comunicare. Quando decido di inserire un prodotto nel mio catalogo, la prima a doverne essere convinta sono io.Cerco di conoscere l’azienda, ascolto la sua storia, mi informo su quello che produce e su come lavora. Poi arriva la parte per me fondamentale: assaggio il prodotto. Solo dopo decido se può avere senso proporlo ai miei clienti. Per questo non ho mai utilizzato la parola “artigianale” con l’intenzione di raccontare qualcosa di falso. Nella mia testa quella parola rappresentava una serie di caratteristiche positive che riconoscevo nel prodotto. Con il tempo, però, ho cominciato a farmi qualche domanda in più. Conoscere bene un’azienda, scegliere un prodotto con attenzione e riconoscerne la qualità significa automaticamente poterlo definire artigianale? La risposta che mi sono data è stata no. E così ho iniziato a cambiare anche le parole del mio disco vendita. Ho cominciato a parlare più semplicemente di prodotti di qualità, di gusto, di ingredienti, di affidabilità dell’azienda, di presentazione e soprattutto di quanto quel prodotto possa essere adatto al locale a cui lo sto proponendo. Perché un prodotto non deve essere necessariamente artigianale per essere un buon prodotto. Può essere realizzato da un’azienda strutturata, essere preparato con buoni ingredienti, avere un ottimo gusto e funzionare molto bene in un bar o in un ristorante. E non c’è assolutamente niente di male.Ma davvero può essere tutto artigianale? Questa domanda però continuava a tornarmi in mente. A febbraio di quest’anno ho ripreso l’argomento anche in un video su TikTok.Era quasi uno sfogo. Continuavo a leggere e sentire la parola “artigianale” associata praticamente a qualsiasi cosa e il mio pensiero era molto semplice: non può essere tutto artigianale. Se utilizziamo la stessa parola per qualsiasi prodotto, quella parola prima o poi perde il suo significato. E soprattutto rischia di trasformarsi semplicemente in uno strumento di marketing. Artigianale” suona bene. Fa pensare a qualcosa di più buono, più genuino, più tradizionale, magari prodotto in piccole quantità e con una particolare attenzione. E proprio per questo può aiutare a vendere. Ma secondo me le parole che utilizziamo per presentare un prodotto devono raccontare quello che il prodotto è davvero, non quello che vorremmo far immaginare al consumatore. Se un prodotto è di qualità, diciamo che è di qualità. Se ha ingredienti particolari, raccontiamo gli ingredienti. Se segue una ricetta tradizionale, raccontiamo quella ricetta. Se invece è realmente artigianale, allora è giusto poterlo dire e dare valore a chi quel prodotto lo realizza davvero in questo modo.Chiamiamo ogni prodotto con il suo nome e cognome. Questo è probabilmente il punto a cui tengo di più. Secondo me dobbiamo imparare a chiamare ogni prodotto con il suo nome e cognome. Non dobbiamo avere paura di dire che un prodotto non è artigianale. Non essere artigianale non significa essere scadente. Ci sono aziende molto strutturate che realizzano prodotti ottimi, con un livello qualitativo alto e con una grande attenzione alla produzione.E allo stesso tempo ci sono piccole realtà artigiane che hanno fatto della manualità, della tradizione e delle piccole produzioni il loro vero valore. Sono semplicemente due cose diverse. Il problema nasce quando cerchiamo di farle sembrare uguali utilizzando la stessa parola per tutto. Ed è anche una questione di rispetto nei confronti del consumatore. Quando una persona legge “artigianale”, inevitabilmente crea nella propria testa un’immagine precisa del prodotto che sta acquistando.Se dietro quella parola c’è qualcosa di completamente diverso, stiamo creando un’aspettativa che non corrisponde alla realtà.Finalmente qualcosa è cambiato. Quando a febbraio ho fatto quel video non sapevo certamente che poche settimane dopo sarebbe entrata in vigore una nuova legge proprio su questo argomento. Quando l’ho scoperto, la prima cosa che ho pensato è stata quasi scherzosamente: forse qualcuno mi ha ascoltata. Naturalmente non è così. Probabilmente erano in tanti ad essersi accorti che l’utilizzo di questa parola aveva bisogno di regole più chiare. Però ammetto che ho provato una certa soddisfazione. Dopo due anni dal mio primo articolo e dopo aver cambiato anche il mio modo di comunicare i prodotti, finalmente sono stati messi dei limiti più precisi all’utilizzo dei riferimenti all’artigianato nella promozione commerciale. La nuova disciplina è contenuta nell’articolo 16 della Legge n. 34/2026, entrata in vigore il 7 aprile 2026. In un certo senso, per me, un po’ di giustizia è stata fatta. Non perché da domani tutto sarà perfetto o perché improvvisamente non vedremo più utilizzi impropri della parola. Ma perché finalmente viene dato un valore più preciso a un termine che negli ultimi anni era stato usato forse con troppa leggerezza.Una tutela per chi produce, ma anche per chi compra. Questa novità, secondo me, non tutela soltanto gli artigiani. Sicuramente tutela chi svolge realmente un’attività artigiana e che ha tutto il diritto di vedere riconosciuto il valore del proprio lavoro. Ma tutela anche le aziende che comunicano correttamente quello che producono. Tutela chi, come me, seleziona e rivende prodotti e deve cercare di presentarli nel modo più trasparente possibile. E soprattutto tutela il consumatore.Perché alla fine è lui che deve sapere che cosa sta comprando. Questo è un aspetto che nel mio lavoro considero sempre più importante. Vendere non significa soltanto convincere qualcuno ad acquistare. Per me significa anche creare un rapporto di fiducia. E la fiducia passa anche attraverso le parole che scegliamo.La qualità non ha bisogno di essere travestita. Oggi, se devo descrivere un prodotto che considero valido, preferisco dire semplicemente che è un prodotto di qualità. Poi spiego perché. Racconto il gusto, l’azienda, gli ingredienti, il formato, il modo in cui può essere proposto nel locale. Non sento più la necessità di aggiungere automaticamente la parola “artigianale” per dargli qualcosa in più. Se un prodotto è realmente valido, deve riuscire a dimostrarlo per quello che è. E forse questo è anche il cambiamento più importante che ho fatto io negli ultimi due anni. Continuare a osservare il mio settore, farmi delle domande e, quando serve, cambiare anche il mio modo di lavorare e di comunicare. Perché essere trasparenti non significa togliere valore a ciò che vendiamo. Secondo me significa esattamente il contrario. Significa renderlo più credibile.
Cosa prevede oggi la nuova legge
Per chi vuole approfondire l’argomento, lascio qui in modo semplice quello che ho recuperato sulla nuova normativa.La Legge 11 marzo 2026, n. 34, la Legge annuale sulle piccole e medie imprese, è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 23 marzo ed è entrata in vigore il 7 aprile 2026. L’articolo 16 introduce un divieto specifico sull’utilizzo dei riferimenti all’artigianato nella promozione di prodotti e servizi quando chi li utilizza non possiede legittimamente la qualifica richiesta. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha poi chiarito che il concetto di promozione deve essere considerato in senso ampio, valutando anche se il messaggio possa trarre in inganno il consumatore sulla provenienza artigiana del prodotto. Questo significa che parole come “artigiano”, “artigianale” e “artigianato” non possono più essere utilizzate semplicemente come richiamo commerciale quando non esistono i requisiti previsti. Un’impresa che non è artigiana può comunque promuovere prodotti realmente provenienti da un’impresa artigiana, purché la comunicazione sia chiara e non faccia credere al consumatore qualcosa di diverso dalla realtà. Chi utilizza questi riferimenti in maniera impropria può andare incontro anche a multe salate.Fonti consultate :
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana – Legge 11 marzo 2026, n. 34, Legge annuale sulle piccole e medie imprese.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy – Riferimento all’artigianato nella pubblicità – Risposte alle domande frequenti sull’articolo 16 della Legge n. 34/2026.








